Don't touch my Brain!

WARNING: here you can find many spots. The first is me, the least is me and in the middle there is some fog about the world...I dream only to understand!
martedì, 22 maggio 2007

PROIBITO PARLARE...A COSTO DELLA VITA

.anna politkowskaja - proibito parlare

Le frontiere cecene sono chiuse da oltre due anni nonostante in quelle terre sia in pieno corso la seconda fase di una tremenda guerra civile combattuta, dal governo centrale russo, con armi assolutamente improprie: rapimenti coatti, deportazioni di innocenti, assassinii a sangue freddo. Il tutto in nome di una globale, nonchè improbabile, guerra al terrorismo. Ed è una chisura a tenuta stagna, a quanto pare, se è vero che da quelle frontiere non riescono a passare neanche notizie, testimonianze o semplici indiscrezioni (l'ultimo giornalista che si è occupato di Cecenia dalla Cecenia è stato Antonio Russo, corrispondente di Radio Radicale, ucciso il 19 ottobre del 2000). La Cecenia è, dunque, ad oggi, uno dei buchi neri dell'informazione mondiale, un non-luogo dove, qualunque cosa accada, nessuno ne sarà al corrente.

Anche Anna Politkovskaja è stata uccisa. Il 7 ottobre 2006, mentre tornava a casa dal lavoro con la busta della spesa in mano, un sicario, ancora senza volto, l'ha freddata con quattro colpi di pistola nell'ascensore del suo palazzo. La sua era l'unica voce rimasta a combattere contro i soprusi del governo Putin in Cecenia, una voce scomoda, una voce che denunciava giorno dopo giorno la terribile situazione di persone alle quali da tempo erano state sottratte dignità, forza di vivere, possibilità e, troppo spesso, anche la vita stessa. La morte di Anna Politkovskaja, però, ha forzato la tenuta stagna delle frontiere cecene gettando una fievole luce dentro quel buco nero. Dopo l'omicidio, infatti, Mondadori ha tradotto e raccolto nel volume (PROIBITO PARLARE, Cecenia, Beslan, Tearo Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin (Mondadori, Milano 2007) articoli da lei scritti negli ultimi anni per il quotidiano russo Novaja Gazeta. In copertina, una foto dell'interno della scuola elementare di Beslan sventrata dai terroristi nel settembre 2004, pare avvertire il lettore del contenuto: quelle bottiglie d'acqua, poste lì dai familiari delle vittime a perenne memoria del fatto che nulla da bere era stato concesso agli ostaggi nei tre giorni di prigionia, suonano come un monito che afferma forte la disperazione da cui nascono i reportage.

PROIBITO PARLARE è la lunga, straziante denuncia delle condizioni in cui ceceni, ingusci ed ossezi sono costretti a (sopra)vivere, e il più delle volte a morire, a causa del "regime". Una sequela di testimonianze che la Politkovskaja ha raccolto tra il 2004 e il 2006 per dare voce a coloro che non hanno la possibilità di farsi ascoltare. E Anna Politkovskaja è morta per questo. Aprire, infatti, le pagine del libro significa scoperchiare il vaso di Pandora dell'epoca post guerra-fredda: cimini efferati commessi con i beneplacito del potere, violenze fisiche e psicologiche al limite dell'umano, guerre combattute con l'unico scopo di mantenere dei privilegi, migliaia di morti e milioni di desaparecidos, donne costrette a seppellire i figli altrui per non impazzire...Unico scopo: trovare ogni volta un capro espiatorio con il quale giustificare una guerra al terrorismo che non può essere combattuta davvero.

Accade in America, in Iraq, in Iran, in Palestina, in Israele, in Libano, in Sudan e anche in Russia.

Se, però, il contenuto delle singole pagine possiede tale, profonda forza evocativa, non si può dire la stessa cosa per il volume nel suo complesso che in alcune circostanze pecca di ripetizioni e complicazioni inutili sopportabili soltanto grazie alla linearità e alla chiarezza del linguaggio giornalistico. Troppi nomi di personaggi il cui operato è spesso sconosciuto ai più e poco documentato. Troppi riferimenti a fatti che, benchè appartengano al passato recente, sono spesso del tutto ingnorati dalla maggior parte dei lettori italiani. Situazioni troppo ingarbugliate per chi, fino ad oggi, ha avuto difficile accesso alle notizie provenienti da quella zona del mondo. La ragione di tutto ciò, ovviamente, non va attribuita alla Politkovskaja, ma a chi si è occupato di curare l'edizione del volume. La giornalista, infatti, quando scriveva i suoi reportage su Novaja Gazeta sapeva perfettamente di non dovere, al pubblico dei suoi lettori, spiegazioni diverse da quelle che si trovano nelle sue pagine perchè si rivolgeva a russi, ceceni, ingusci ed ossezi che conoscevano perfettamente le vicende narrate: erano lettori al corrente dei riferimenti e dei nomi riportati di volta in volta.

Non è però possibile parlare allo stesso modo ad un pubblico differente, lontano e quasi completamente digiuno di informazioni relative a quel lembo di europa.

PROIBITO PARLARE costringe, così, il lettore medio ad incredibili peripezie intellettuali nel tentativo di sfrondare i riferimenti e arrivare al nocciolo della questione: molti degli articoli dalla prima parte, ad esempio, raccontano lo stesso tipo di esperienza vissuta da persone diverse e questa caratteristica rende pesanti ed abbastanza noiose le oltre 130 pagine di cui il capitolo è composto. La ripetizione coatta di contenuti ed esempi non può che risultare snervante per coloro che non posseggono punti di riferimento saldi. Perciò la parte migliore del libro è quella contenuta nelle ultime cento pagine, dalle quali anche un qualinque lettore italiano è in grado di ricavare l'impressione che meglio si avvicina alle intenzioni della Politkovskaja: Io vivo la mia vita e scrivo di ciò che vedo.

SuperK non poteva farne a meno! 11:41 | Permalink | commenti (23) / commenti (23) (pop-up)
categoria: recensione, conflitti, guerra, attualità, mondadori, anna politkowskaya


giovedì, 12 aprile 2007

Capitolo 12: Incastonati in un esercito…e le fonti?

Tempo fa lasciavo sospesa una frase: Ma quella degli EMBEDDED resta un’altra storia.  Beh, pensavo di riprenderla soprattutto per cercare di definire le QUESTIONI che il ruolo dei giornalisti “embedded” hanno sollevato negli ultimi anni. 

Il giornalista embedded (Embedded significa letterarmente incastonato, ma qualcuno preferisce tradurlo con intrappolato) è, come ormai tutti sanno, un reporter che, nel caso particolare dei conflitti armati, si lega alle unità militari dell’esercito. Benché il temine possa essere utilizzato anche in altre occorrenze storiche che riguardano il rapporto tra giornalisti e rappresentanti di un esercito, la sua natura specifica nasce durante la seconda guerra in Iraq e comincia a diffondersi concettualmente intorno al 2004. Gli embedded, infatti, furono la risposta dell’esercito statunitense alla pressione della stampa delusa dal basso livello d’accesso alle fonti avuto durante la prima guerra del Golfo e durante l’invasione Afgana. E così furono nientemeno che 775 tra giornalisti e fotoreporter coloro che poterono essere intrappolati in una missione militare nel marzo del 2003. Gli embedded però, quando partono per una missione con le truppe devono firmare un contratto che prevede diverse clausole. In particolare sul documento (che qui trovate in formato pdf) sta scritto:

1) Le organizzazioni mediatiche e gli operatori dei media comprendono e riconoscono che il processo di incorporazione esporra' gli operatori dei media agli stessi rischi e pericoli a cui sono esposti i membri militari delle unita' militari.

2) L'operatore dell'informazione riconosce che la mancata esecuzione di qualunque direttiva, ordine, regola o comando sul terreno puo' comportare l'interruzione della sua partecipazione al processo di incorporazione.

Per lo stesso contratto, gli embedded non possono divulgare notizie che non siano prima state controllate da comandanti e generali dello stesso esercito nel quale i giornalisti, dopo la firma, sono formalmente arruolati.

E le fonti? La legge vuole che prima di scrivere o dire qualunque cosa un giornalista debba fare controlli incrociati sulle fonti…ma questo va a farsi benedire! Inoltre gli embedded sono censurati, ricattati (perché se non fanno quello che vuole il comendo vengono espulsi immediatamente!) e scelti dallo stesso comando. L’esercito, infatti, per regolamento interno, diffonde le caratteristiche del perfetto embedded tra le quali, proprio nel 2003, ce n’era una che permetteva solo a giornalisti americani di partecipare alla campagna in Iraq e cioè la regola che voleva che il giornalista conoscesse perfettamente il gergo militare americano (la scusa che l’esercito americano aveva dato era che altrimenti non avrebbero saputo riconoscere gli ordini).  

Per queste ragioni molti osservatori sostengono che il livello dei reportage degli embedded, almeno fino ad ora, sia esasperatamente ristretto all’opinione americana del conflitto…anzi all’opinione del conflitto che gli americani hanno intenzione di costruire e dare in pasto all’opinione pubblica.

Sperando di sollevare dibattiti…sono sempre più convinta della centralità della cosiddetta media machines, non solo riguardo alla creazione di un opinione pubblica sui conflitti, ma anche per quello che concerne il pilotaggio degli interessi del pubblico verso certi avvenimenti.

Qualche chicca:

1.   In Iran l’Onu ha mandato gli ispettori…sto copione l’abbiamo già letto, mannaggia!

2.    Bush, ha deciso da solo (perché s’era stufato di aspettare) che in Darfur va dichiarato il GENOCIDIO…così adesso, lui può intervenire come gli pare (e cioè militarmente)!

3.    Fate un saltino qui  per cominciare a capire che cosa accade davvero in Cecenia.

SuperK non poteva farne a meno! 18:34 | Permalink | commenti (21) / commenti (21) (pop-up)
categoria: esteri, conflitti, guerra, giornalismo, attualità, embedded


lunedì, 12 marzo 2007

Come insabbiare le verità anche se non sono affatto scomode
Capitolo 10.
L'Informazione: pericolosissima arma di distruzione di massa

Questa storia comincia in Vietnam. Non solo perché quella fu la prima guerra trasmessa e seguita in tv da milioni di spettatori, ma in particolare perché fu proprio la televisione a decidere le sorti di quella guerra. In Vietnam, un tempo, gli inviati di guerra avevano libertà di movimento, raccontavano quello che vedevano, ascoltavano la gente e si mescolavano ai militari per capire. L’esercito americano forniva ai giornalisti cooperazione ed assistenza, insieme a razioni ed alloggio. Non c’era censura di alcun genere e, dal ’65 al ’68 la copertura televisiva degli avvenimenti cresceva in maniera esponenziale.

Fino al ’68, infatti, la guerra era spontaneamente difesa dalle testate e dagli inviati come se fosse la rivalsa della democrazia sul totalitarismo (e la gente, giornalisti compresi, ci credeva davvero!). L’orrore non era mai messo in scena e gli anchorman parlavano del coraggio dei loro boys e della precisione delle armi tecnologiche…. Ma nel ’68, la guerra contro un paese decisamente inferiore stava durando più del previsto e qualche malcontento iniziava a serpeggiare nei commenti dell’opinione pubblica. Per questo, e per l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, il Pentagono decide di spingere per far credere in una vittoria imminente e, lì per lì, ci riesce.
Filava tutto liscio, dunque, finché un certo signor Cronkite (Walter), eminente inviato della CBS, ha la bellissima idea di commentare così l’ingresso di alcuni vietnamiti nel perimetro dell’ambasciata americana a Saigon (offensiva di Tet, gennaio 1968): “Che diavolo sta succedendo? Credevo che stessimo vincendo la guerra!
D’un colpo solo crolla nella mente collettiva dell’opinione pubblica lo schemino per cui il Vietnam del sud, stato democratico, va difeso contro il Vietnam del nord, stato comunista (nel senso che la popolazione americana attribuisce al termine durante la guerra fredda) e totalitario. Da questo momento in pi arrivano in televsione le immagini delle vittime civili e delle devastazioni…Il caso di May Lai farà il resto.

Militarmente _ spigherà più tardi Westmoreland _ vincemmo noi, ma due giorni dopo Cronkite annunciò che avevamo perso e quella diventò la verità”.
Per i conservatori, dunque, si tratta di una guerra vinta sul campo, ma persa nei salotti.

Da qui a quello che accade oggi, il passo è davvero breve.

2 agosto 1990: l’Iraq invade il Kuwait.

1991 è la Prima Guerra del Golfo o Desert Storm.

42 giorni di guerra aereo-missilistica.

Peter Arnett (CNN) solo nella “tana del lupo”, Baghdad.

Nessun’altro giornalista accreditato può varcare i confini dell’Iraq.

Se la guerra in Vietnam era stata persa per il mancato controllo dell’impatto politico che l’informazione poteva avere, la Guerra del Golfo viene preparata dal news management governativo che si prodiga a spiegare perché questa guerra è GIUSTA (un solo esempio: Secondo l’amministrazione americana in Kuwait ci sono 250.000 soldati e 1.500 carri armati irakeni, ma nessun satellite che non siano quelli americani pare riuscire a vederli!). Per evitare le pericolose interferenze dei giornalisti e dell’opinione pubblica il comando militare si serve di due strumenti in particolare: la censura e la produzione di un flusso alternativo di notizie.

Tutti i corrispondenti accreditati al Jib (Joint Information Bureau) sono obbligati a firmare un documento in cui si impegnano a rispettare le condizioni dettate dal Pentagono: proibito andare al fronte senza scorta militare, proibito filmare o fotografare morti e feriti, proibito dare informazioni su armamenti, proibito fornire dati sulle perdite alleate, proibito intervistare militare senza permesso ufficiale, proibito, ovviamente, uscire dai confini del Kuwait…Questo controllo è amplificato dalla nuova natura ella guerra: aerea e perciò impossibile da osservare direttamente da parte del giornalista. Al fronte sono solo in 192, tutti americani. E’ la data di nascita degli embedded!

Così, la Guerra del Golfo, è oscurata per le cronache d’informazione vera e propria nell’assenza di immagini cruente e vittime visibili. Nel frattempo, l’Iraq caccia via tutti i giornalisti tranne Peter Arnett, il quale farà i suoi servizi accompagnato giorno e notte da un ufficiale irakeno addetto alla censura. Desert Storm, infatti, ha ricevuto e mantenuto il consenso dell’opinione pubblica americana: i soli servizi del povero Arnett non potevano di certo pretendere di competere con la macchina organizzativa messa in piedi e man mano perfezionata dall’amministrazione americana.

Ma l’episodio più emblematico di come il lavoro dell’inviato di guerra abbia preso, a mio parere, una pessima piega è avvenuto qualche anno più tardi in Kosovo: il bombardamento della Nato sulla sede della Televisione Serba. Azione che ha provocato la morte di civili, dipendenti dell’emittente e alla quale è seguito uno scambio di accuse tra il governo serbo e il comando Nato. Quest’ultimo, essendo stato accusato di aver bombardato un obiettivo civile, ha pensato bene di rispondere che la “televisione è da considerarsi un arma bellica e quindi un obiettivo militare”.

Ma quella degli “embedded” resta un’altra storia.

SuperK non poteva farne a meno! 16:49 | Permalink | commenti (32) / commenti (32) (pop-up)
categoria: esteri, guerra, giornalismo, attualità


sabato, 27 gennaio 2007

ArbeitMachtFrei...

ArbeitSiamo uomini...non credo sarà mai possibile dimenticare quel fumo che sale alto nel cielo o i treni della morte, neanche per chi non è stato sfiorato dalla tragedia.
Siamo uomini...e certe cose le archiviamo nella memoria, ma non le cancelliamo come un computer perchè sarebbe un'operazione troppo dolorosa.
Siamo uomini...e per ogni mostro che generiamo, diamo la vita anche a tanti angeli, un esercito che quando cammina non fa rumore.
Siamo uomini...brevi vite cadenzate dallo scorrere dei giorni, ma vite con un senso, una per una.
Siamo uomini...e quell'ala che ci hanno regalato dobbiamo allenarla al volo, con costanza e perseveranza. Non possiamo fingere di non sentire il dolore, dobbiamo farne tesoro ed imparare da lui.
Siamo uomini e l'unica cosa che possediamo davvero è la memoria.
SuperK non poteva farne a meno! 11:49 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria: guerra, olocausto


Essenza

Utente: SuperK
Nome: Francesca
As you like it...è il titolo della mia vita. Le pagine del libro sono in gran parte ancora bianche, ma quelle già scritte non potrebbero essere diverse da come sono (As you like it...)!

Play me...

<BGSOUND src="http://www.micheleacampora.it/musica/01%2DSet%20I%20%2D%20I.%20Minueto.mp3">

Lo pensavo davvero...

oggi
--- 2007 ---
--- 2006 ---

Solo se...

Un comodino polveroso:


I. Allende, La Casa Degli Spiriti
Feltrinelli


J. K. Rowling, Herry Potter e i Doni della Morte
Salani


J. Coe, Donna per Caso Feltrinelli

SIETE PASSATI PER SBAGLIO IN...

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