Il giornalista embedded (Embedded significa letterarmente incastonato, ma qualcuno preferisce tradurlo con intrappolato) è, come ormai tutti sanno, un reporter che, nel caso particolare dei conflitti armati, si lega alle unità militari dell’esercito. Benché il temine possa essere utilizzato anche in altre occorrenze storiche che riguardano il rapporto tra giornalisti e rappresentanti di un esercito, la sua natura specifica nasce durante la seconda guerra in Iraq e comincia a diffondersi concettualmente intorno al 2004. Gli embedded, infatti, furono la risposta dell’esercito statunitense alla pressione della stampa delusa dal basso livello d’accesso alle fonti avuto durante la prima guerra del Golfo e durante l’invasione Afgana. E così furono nientemeno che 775 tra giornalisti e fotoreporter coloro che poterono essere intrappolati in una missione militare nel marzo del 2003. Gli embedded però, quando partono per una missione con le truppe devono firmare un contratto che prevede diverse clausole. In particolare sul documento (che qui trovate in formato pdf) sta scritto:
1) Le organizzazioni mediatiche e gli operatori dei media comprendono e riconoscono che il processo di incorporazione esporra' gli operatori dei media agli stessi rischi e pericoli a cui sono esposti i membri militari delle unita' militari.
2) L'operatore dell'informazione riconosce che la mancata esecuzione di qualunque direttiva, ordine, regola o comando sul terreno puo' comportare l'interruzione della sua partecipazione al processo di incorporazione.
Per lo stesso contratto, gli embedded non possono divulgare notizie che non siano prima state controllate da comandanti e generali dello stesso esercito nel quale i giornalisti, dopo la firma, sono formalmente arruolati.
E le fonti? La legge vuole che prima di scrivere o dire qualunque cosa un giornalista debba fare controlli incrociati sulle fonti…ma questo va a farsi benedire! Inoltre gli embedded sono censurati, ricattati (perché se non fanno quello che vuole il comendo vengono espulsi immediatamente!) e scelti dallo stesso comando. L’esercito, infatti, per regolamento interno, diffonde le caratteristiche del perfetto embedded tra le quali, proprio nel 2003, ce n’era una che permetteva solo a giornalisti americani di partecipare alla campagna in Iraq e cioè la regola che voleva che il giornalista conoscesse perfettamente il gergo militare americano (la scusa che l’esercito americano aveva dato era che altrimenti non avrebbero saputo riconoscere gli ordini).
Per queste ragioni molti osservatori sostengono che il livello dei reportage degli embedded, almeno fino ad ora, sia esasperatamente ristretto all’opinione americana del conflitto…anzi all’opinione del conflitto che gli americani hanno intenzione di costruire e dare in pasto all’opinione pubblica.
Sperando di sollevare dibattiti…sono sempre più convinta della centralità della cosiddetta media machines, non solo riguardo alla creazione di un opinione pubblica sui conflitti, ma anche per quello che concerne il pilotaggio degli interessi del pubblico verso certi avvenimenti.
Qualche chicca:
1. In Iran l’Onu ha mandato gli ispettori…sto copione l’abbiamo già letto, mannaggia!
2. Bush, ha deciso da solo (perché s’era stufato di aspettare) che in Darfur va dichiarato il GENOCIDIO…così adesso, lui può intervenire come gli pare (e cioè militarmente)!
3. Fate un saltino qui per cominciare a capire che cosa accade davvero in Cecenia.
Questa storia comincia in Vietnam. Non solo perché quella fu la prima guerra trasmessa e seguita in tv da milioni di spettatori, ma in particolare perché fu proprio la televisione a decidere le sorti di quella guerra. In Vietnam, un tempo, gli inviati di guerra avevano libertà di movimento, raccontavano quello che vedevano, ascoltavano la gente e si mescolavano ai militari per capire. L’esercito americano forniva ai giornalisti cooperazione ed assistenza, insieme a razioni ed alloggio. Non c’era censura di alcun genere e, dal ’65 al ’68 la copertura televisiva degli avvenimenti cresceva in maniera esponenziale.
Fino al ’68, infatti, la guerra era spontaneamente difesa dalle testate e dagli inviati come se fosse la rivalsa della democrazia sul totalitarismo (e la gente, giornalisti compresi, ci credeva davvero!). L’orrore non era mai messo in scena e gli anchorman parlavano del coraggio dei loro boys e della precisione delle armi tecnologiche…. Ma nel ’68, la guerra contro un paese decisamente inferiore stava durando più del previsto e qualche malcontento iniziava a serpeggiare nei commenti dell’opinione pubblica. Per questo, e per l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, il Pentagono decide di spingere per far credere in una vittoria imminente e, lì per lì, ci riesce.
Filava tutto liscio, dunque, finché un certo signor Cronkite (Walter), eminente inviato della CBS, ha la bellissima idea di commentare così l’ingresso di alcuni vietnamiti nel perimetro dell’ambasciata americana a Saigon (offensiva di Tet, gennaio 1968): “Che diavolo sta succedendo? Credevo che stessimo vincendo la guerra!”
D’un colpo solo crolla nella mente collettiva dell’opinione pubblica lo schemino per cui il Vietnam del sud, stato democratico, va difeso contro il Vietnam del nord, stato comunista (nel senso che la popolazione americana attribuisce al termine durante la guerra fredda) e totalitario. Da questo momento in pi arrivano in televsione le immagini delle vittime civili e delle devastazioni…Il caso di May Lai farà il resto.
“Militarmente _ spigherà più tardi Westmoreland _ vincemmo noi, ma due giorni dopo Cronkite annunciò che avevamo perso e quella diventò la verità”.
Per i conservatori, dunque, si tratta di una guerra vinta sul campo, ma persa nei salotti.
Da qui a quello che accade oggi, il passo è davvero breve.
2 agosto 1990: l’Iraq invade il Kuwait.
1991 è la Prima Guerra del Golfo o Desert Storm.
42 giorni di guerra aereo-missilistica.
Peter Arnett (CNN) solo nella “tana del lupo”, Baghdad.
Nessun’altro giornalista accreditato può varcare i confini dell’Iraq.
Se la guerra in Vietnam era stata persa per il mancato controllo dell’impatto politico che l’informazione poteva avere, la Guerra del Golfo viene preparata dal news management governativo che si prodiga a spiegare perché questa guerra è GIUSTA (un solo esempio: Secondo l’amministrazione americana in Kuwait ci sono 250.000 soldati e 1.500 carri armati irakeni, ma nessun satellite che non siano quelli americani pare riuscire a vederli!). Per evitare le pericolose interferenze dei giornalisti e dell’opinione pubblica il comando militare si serve di due strumenti in particolare: la censura e la produzione di un flusso alternativo di notizie.
Tutti i corrispondenti accreditati al Jib (Joint Information Bureau) sono obbligati a firmare un documento in cui si impegnano a rispettare le condizioni dettate dal Pentagono: proibito andare al fronte senza scorta militare, proibito filmare o fotografare morti e feriti, proibito dare informazioni su armamenti, proibito fornire dati sulle perdite alleate, proibito intervistare militare senza permesso ufficiale, proibito, ovviamente, uscire dai confini del Kuwait…Questo controllo è amplificato dalla nuova natura ella guerra: aerea e perciò impossibile da osservare direttamente da parte del giornalista. Al fronte sono solo in 192, tutti americani. E’ la data di nascita degli embedded!
Così, la Guerra del Golfo, è oscurata per le cronache d’informazione vera e propria nell’assenza di immagini cruente e vittime visibili. Nel frattempo, l’Iraq caccia via tutti i giornalisti tranne Peter Arnett, il quale farà i suoi servizi accompagnato giorno e notte da un ufficiale irakeno addetto alla censura. Desert Storm, infatti, ha ricevuto e mantenuto il consenso dell’opinione pubblica americana: i soli servizi del povero Arnett non potevano di certo pretendere di competere con la macchina organizzativa messa in piedi e man mano perfezionata dall’amministrazione americana.
Ma l’episodio più emblematico di come il lavoro dell’inviato di guerra abbia preso, a mio parere, una pessima piega è avvenuto qualche anno più tardi in Kosovo: il bombardamento della Nato sulla sede della Televisione Serba. Azione che ha provocato la morte di civili, dipendenti dell’emittente e alla quale è seguito uno scambio di accuse tra il governo serbo e il comando Nato. Quest’ultimo, essendo stato accusato di aver bombardato un obiettivo civile, ha pensato bene di rispondere che la “televisione è da considerarsi un arma bellica e quindi un obiettivo militare”.
Ma quella degli “embedded” resta un’altra storia.

MA CERTO CHE SI PUO’!
Ci sono leggi che permettono allo stato di scrivere RISERVATO (oppure TOP SECRET per dirla all’americana che fa più figo) su documenti e fascicoli contenenti storie da brivido.
Uno di questi casi sta volgendo all’epilogo dopo aver mietuto diverse vittime ed alzato un bel polverone proprio in questi giorni ed è classificato dall’opinione pubblica col nome di “Caso Abu Omar”.
In Breve: questo signore era esponente di spicco della comunità islamica milanese e i servizi segreti americani (CIA) ritenevano che proteggesse o foraggiasse personalità invischiate con gli ambienti del terrorismo islamico. Abu Omar, un bel giorno, è sparito, e le indagini hanno poi stabilito che era stato rapito dal Sismi (Servizio Segreto Militare Italiano) e trasportato, con un volo segreto della CIA, in un carcere stile Gauntanamo (istituto penitenziario in cui le guardie, non avendo la tv, passano il tempo a torturare i carcerati!) situato in qualche remota regione dell’Europa dell’est (in cui governo in cambio di soldi o dell’entrata nella Comunità Europea venderebbe anche sua mamma!). Ora, per venire al dunque, i colpevoli hanno si ammesso di aver commesso il fatto, ma non hanno mai spiegato CHE COSA hanno commesso (w la repubblica delle banane!) perché sulla copertina del fascicolo Abu Omar c’e scritto RISERVATO.
Proprio in questi giorni
Ma ho scoperto che, in realtà, c’è in giro qualcosa di molto peggiore di questo.
Se avete la pazienza di leggere…capirete perché ci sono fascicoli in cui sta scritto TOP SECRET.
“Sulla pelle liscia del polpaccio sinistro gli venne disegnato col l’inchiostro una sorta di bersaglio. Al centro fu conficcata una siringa ipodermica riempita di plutonio, un metallo artificiale color argento considerato tra le sostanze più tossiche della Terra. L’ago penetrò per un paio di centimetri. Quando venne estratto non uscì sangue e nelle 12 ore successive l’uomo non riferì di aver avuto dolori. Tre giorni dopo la gamba sinistra venne amputata a metà coscia per un presunto tumore osseo. Alcuni campioni di tessuto furono inviati ad un laboratorio, dove un gruppo di ricercatori, impegnati in un esperimento segreto aspettava con impazienza di scoprire, tra le altre cose, come il plutonio si distribuiva all’interno del corpo umano”.
Il paziente si chiamava Elmer Allen, ovviamente non era consenziente ed era la 18° vittima cui fu iniettato il plutonio nell’ambito di un esperimento condotto in america tra il 1945 e 1947. Il suo pseudonimo all’interno del programma Manhattan Project era CAL-3.
CAL-1, invece, si chiamava Albert Stevens, nel ’45 aveva 58 anni e divenne uno dei soggetti di laboratorio più importanti perché il suo corpo fu sfruttato anche dopo la morte.
“Ad Albert fu iniettata una quantità di plutonio definita in seguito di gran lunga superiore alla cosiddetta dose letale. Ma lui morì solo nel
Questo è il frutto di una lunghissima inchiesta, firmata Eileen Welsome e pubblicata nel 1999 con il titolo “The Plutonium Files”, ma apparsa già nel 1993 sulle pagine del Albuquerque Tribune. E’ un’inchiesta che valse alla Welsome il Premio Pulitzer nella categoria “reportage nazionale” nel 1994 e che ben dimostra la causa della riservatezza di certi fascicoli.
In pratica, durante la guerra fredda gli Americani avevano la necessità di capire come potenziare la bomba atomica rendendola più pericolosa di quella che già non fosse per il genere umano. Dunque quale miglior metodo che fare esperimenti sui corpi di persone incoscienti di quello che stavano rischiando, un po’ perché contadini o operai e un po’ perché mai avvertiti se non intorno al 1980 quando ormai i sopravvissuti erano tre e avevano quasi tutti 90 anni? La giornalista, non si è fermata qui e, nell’ambito degli esperimenti col plutonio sulle cave umane, ha scoperto altre aberranti questioni: dosi della sostanza mescolate ai cereali che venivano serviti a colazione nella mensa di una scuola per bambini ritardati oppure cocktail radioattivi somministrati a donne incinte al sesto mese.
Ovviamente tutto questo era rigorosamente coperto dal segreto di stato e ci è voluta la costanza e la testardaggine di una giornalista vera per far si che le persone sapessero. Ma questo è possibile solo in America, perché là è questo il lavoro dei giornalisti, gli altri sono ghost-writer.
E’ così che Bernstain, Woodward e Lewis hanno scoperto e denunciato il caso Watergate, è così che l’inchiesta sui preti pedofili si è guadagnata il Pulitzer e ha portato all’arresto dei colpevoli, è così che si è saputo che cosa combinasse
Invece noi, poveri abitanti della repubblica delle Banane, non sapremo mai la verità sul caso Abu Omar, né se quelle carceri della CIA si trovano anche in territorio italiano. Non sapremo che cosa c’è stato sotto il rapimento delle due Simone in Iraq oppure cosa si nasconde dietro la morte di Calipari. Ma non sapremo neanche mai, ad esempio, dove le società calcistiche riescono a prendere i miliardi per pagare i loro calciatori, con che criterio il numero dei parlamentari cresce di anno in anno e via dicendo.
(Io spero che almeno sappiate che nella repubblica delle banane i cittadini pagano un'accisa sulla benzina in cui è ancora prevista la tassa sul Belice! Se non sapete che cos'è il Belice...andate su Google che io non c'ho tempo!)
E me lo chiedo sempre più prepotentemente:
Ma noi giornalisti che ci stiamo a fare?
Qualche giorno fa l’ansa ha battuto: “I Servizi segreti non potranno condurre operazioni improprie in sedi di partito o di sindacati o nei confronti di giornalisti professionisti. E' quanto prevede il nuovo testo licenziato stanotte dalla commissione Affari Costituzionali della Camera presieduta da Luciano Violante. Nel testo originario si prevedeva che per agire contro sindacati, partiti e giornalisti, gli "007" avrebbero dovuto chiedere l'autorizzazione al Procuratore Generale. Ora invece non potranno farlo, punto e basta".
E questo a me fa un po’ paura…vorrà mica dire che siamo diventati tutti una grande famiglia?
E no eh?!
FONTI: Ansa live - Washington Post - Sette Pezzi d'America, aa.vv., Minimum Fax Roma 2005.