Il buon vecchio Terence, ora è il nuovo Sananda e guai a confondere i due nomi. Perché la trasfigurazione è stata per lui un punto d’arrivo, la presa di coscienza della sua vera essenza, e insieme un nuovo punto di partenza per poter finalmente dare vita alla sua musica, una musica che non appartiene alle Major ma allo stesso Sananda…e qui ci racconta come e perché.
<Questa è la musica di un uomo nuovo, ed è musica pura. La mia esperienza musicale inizia con i Beatles perché ascoltavo la loro musica già a 2 anni e cioè circa 43 anni fa. Poi vennero i Rolling Stones e poco dopo l’incontro con l’industria della discografia e là ho capito che il lavoro del musicista è paragonabile a quello di un contadino…Loro vogliono fare una certa cosa e tu vieni scelto per produrla. Intanto, però sogni, un giorno, di poterne discutere.
Ecco, si, io lavoravo in una fattoria nella quale ero stato scelto per produrre quello di cui loro avevano bisogno. Probabilmente il Rock mi ha dato la possibilità di capire come cresce un’azienda agricola e cercare il confronto, perché io adoro il confronto. Cioè, io sono assolutamente grato per essere stato scelto nella produzione di una certa cosa, ma non mi andava di continuare a coltivare pomodori quando il mio sogno era quello di coltivare le arance.
Il rock che faccio ora racchiude tutte le mie esperienze musicali passate: R&B, Country, Blues, Pop e un certo Hip Hop: il Rock Postmoderno esprime tutto quello che mi è scorso nelle vene nella vita. Io amo il rock perché quando avevo soltanto 2 anni ascoltavo i Beatles e il suono di quella chitarra…un motivo R&b suonato in quel modo…per me è come il tocco di Beethoven, Mozart, Miles Davis, è senza tempo.
Perciò ora sono libero di fare la musica dei miei sogni. L’industria discografica produce la musica “della nostra realtà” mentre la musica che faccio ora è musica della visione, del sogno, della realizzazione.
I miei sogni si sono realizzati anche per un altro motivo: essendo da sempre un accanito fan dei Cream, è straordinario pensare che ora suono in un trio con due bravissimi e giovani musicisti italiani. L’Italia è, infatti, terra di grandi maestri della musica ed ha una ricca tradizione (non solo musicale), ma anche artistica, architettonica, di design…è bonissima…perciò quella di suonare il Italia è per me opportunità di una nuova vita. Gli italiani, infatti, benché abbiano anche loro delle aspettative, sono disposti ad accogliere le novità…se sono…che so, magari possono ascoltare e poi pensare “Oh, ok, mi piace…”. A loro interessa sentire il cuore nelle cose, sono disposti ed aperti all’accettazione.
Qui sta per me la prolificità: ho nel rock un opportunità di dimostrare a tutti che il sogno si può avverare: poter lavorare con una nuova vita, un nuovo nome, una nuova identità, nuovi giovani amici (i musicisti italiani).
I miei amici americani e quelli inglesi credono che i migliori musicisti al mondo siano americani o, appunto, inglesi e che per questo io debba lavorare con loro. Ma la mia idea è che in Italia, terra di Puccini, Verdi, Stradivari e Pavarotti, grandi musicisti, grandi compositori, artisti indiscussi…perché non dovrei cercare proprio qui due bravi musicisti. E anche questo è stato emozionante per me: sono stato in grado di far comprendere che le risposte non si trovano tutte in America. Molte di esse si trovano qui, in Italia. C’è una tradizione musicale profonda in questa nazione e ora io sono grato di farne parte>.
<Essere un compositore è come essere posseduto. Ogni canzone è un fantasma e ogni fantasma ha qualcosa di interessante da dire. E’ necessario ascoltarli se si vogliono costruire rapporti pacifici con loro. Essere un compositore, essere posseduti dalla musica ed essere posseduti dal diavolo non sono cosa così tanto differenti tra loro.
Sostanzialmente significa essere posseduti da qualcosa con cui va costruita una relazione comunicativa. Perciò, come dire, è una cosa semplice e complicatissima allo stesso tempo perché è un po’ come avere un piede per terra e una sulle nuvole. Oppure è come essere un’antenna: è una vita facile tutto sommato, ma anche assai complicata perché ci sono spesso distrazioni.
E poi…io provo continuamente a rinnovarmi…Ho grande stima per molte vecchie canzoni, ma sono sempre spinto a dare di più: è come essere posseduto dalla voglia di creare di creare ancora e ancora…
Ora ho trovato un altro modo di esprimermi. E’ il “prossimo” modo, una maniera successiva a quella precedente. Per me ora è perfetto perchè la mia musica, ora,è eccitante. Ho più soddisfazione nel fare musica perché c’è comunicazione diretta con le persone e vedere la gente che ascolta ora la mia musica così…(ballava)…E’ come se avessi trovato la connessione giusta che mi riporta esattamente all’inizio della storia del Rock quando erano le persone a scegliere e non le case discografiche. Era il pubblico che diceva: <Si, questa è roba nostra, è il nostro linguaggio, è reale>.
Sabato 7 luglio in occasione della data di chiusura dell’ottava edizione di Territorio Musicale Festival, è stato proprio Tonino Carotone, con i suoi ritmi sempre in bilico tra il rock e il folk, il melodico e il punk a conquistare il pubblico del Barco Ducale di Urbania. E scivolando in mezzo a contraddizioni ed esagerazioni, ha trovato anche il tempo di raccontare chi è.
Instancabile Tonino Carotone, a fine concerto dietro il palco continua a scherzare, incontrare i fans e intonare vecchie canzoni italiane come Guarda che luna. Per uno che <non può immaginare di cantare senza divertirsi>, anche il concerto di Urbania, ultimo appuntamento di Territorio Musicale Festival, la manifestazione internazionale di musica indipendente, è stato l’ennesima occasione per far festa con il pubblico.
Nella cornice naturalistica della Colonia del Barco Ducale, si sono alternati sul palco il gruppo svedese Deltahead e i Per Presa Visione per fare posto poi alla coinvolgente musica di Tonino Carotone e la ska band bergamasca Gli Arpioni che, dal 2005, lo accompagna nei tour italiani. Melodie e ritmi popolari che suonano familiari e confortevoli, musiche latineggianti come quelle di La abuela vela, arrangiamenti hawaiani di Alas e Bahia, o i richiami alla classicità dei valzer di Se que bebo, se que fumo. Tonino Carotone è tutto questo, e il pubblico lo sa, anzi, lo sente e si lascia coinvolgere dalle sonorità rockeggianti della cover di Tu vo fa l’americano e della versione ska di Sapore di mare. sente felice. Chiacchiera con loro e con i musicisti, creando strani momenti in cui musica e parola si fondono come se fosse tutto studiato. Poi scende dal palco e ti accorgi che non è così. Antonio de
Il concerto di Tonino Carotone al Barco Ducale di Urbania ha chiuso in grande stile l’ottava edizione di Territorio Musicale Festival. A detta degli organizzatori, Stefano Mauro e Bouabid El-Aoud, responsabili dell’ Associazione culturale urbinate “Il vento” infatti, in questo 2007 <le scelte effettuate sono state recepite positivamente dal pubblico. Abbiamo spostato l’asse di interesse dalle sonorità rock e post rock, alla musica popolare e folkloristica proponendo comunque canzoni d’autore, come nel concerto di Teresa de Sio, e questo non ha influito sul successo della manifestazione, ma anzi ha richiamato una quantità di pubblico superiore alle nostre aspettative>.
Brigantessa nobile, Teresa de Sio, cantautrice colta e passionale che ha fatto delle tradizioni il baluardo della sua arte. E poi l’ha esportata cantando il popolo, danzando con le dita sulle corde di una chitarra, raccontando favole e visi, cronaca e lacrime, tarantella, pizzica e reggae. Neanche La cantautrice sale sul palco alle 23.00 battendo il bastone per richiamare la folla, proprio come faceva ‘opazzariello, banditore della tradizione partenopea reso noto dall’interpretazione di Totò nel film L'Oro di Napoli ma anche alla maniera del suo mentore, Matteo Salvatore. Ed è subito musica: «Musica popolare, fatta per lasciarsi andare e che insegna la danza interiore».
Sacco e Fuoco - AmèN
Ed ecco allora Sacco e Fuoco o Brigate di Frontiera, due canzoni che raccontano il moderno brigantaggio degli spiriti liberi, ricordando la storia dell’Unità d’Italia, dell’epoca garibaldina e della presa del potere da parte dei Savoia costata tanto sangue alle terre del Sud, evocate con grande semplicità dal timbro del mandolino che sposa il pizzicato del violino, e dal canto particolarissimo dello scacciapensieri.
Al concerto di Urbino, durante il quale ad certo punto pare ci fossero problemi con il mixer e i microfoni, Teresa De Sio ho portato anche i colori della napoletanità e l’allegria che appartiene alle terre del sud. Fazzoletti rossi regalati al pubblico all’ingresso sono diventati il simbolo di una rivoluzione pacifica, durata lo spazio di una canzone, ma prepotentemente significativa. Al grido “ma guarda ancora esisto/ancora insisto/mi vesto, mi svesto/buon esito, resisto” (Brigate di Frontiera in Sacco e Fuocoi, 2007) la cantautrice ha cominciato a sventolare una bandiera e il pubblico l’ha seguita. Ognuno con il proprio fazzoletto rosso agitato al vento ha sottoscritto una sorta di “patto di brigantaggio”, nel quale la libertà di pensiero vale più di ogni altra cosa.
E proprio questa libertà, mescolata al calore mediterraneo che arriva da «quella parte di mondo e quel luogo danzante dell’anima che chiamiamo Sud», tornano nella prima pizzica d’autore con cui Teresa De Sio ha reso uno straordinario omaggio al maestro Domenico Modugno. La ripresa di Tambureddu, con la sua esplosiva miscela di dialetto siciliano, ritmi ossessivi di tarantella campana e pizzica salentina, ha scatenato sul palco una sorta di sfida virtuosistica fra i musicisti – Max Rosati (chitarra e arrangiamento dell’album), Giuseppe De Trizio (mandolino), Upapadia (percussioni), Pier Paolo Ranieri (basso), Vito De Lorenzi (batteria e percussioni) e H.E.R. (Erma Castrista, violino) – e la stessa cantautrice, armata della sua chitarra e della sua tamorra. L’ondata di travolgente empatia, accompagnata dal lancio di spighe di grano al pubblico, si è prolungata con l’interpretazione del sempreverde e acclamato Aumm Aumm (dall’album Teresa De Sio del 1983), degna conclusione di un concerto che ha infiammato i cuori e ha trasportato il parco della fortezza di Albornoz sotto il cielo stellato della «splendida e miserabile città di Napoli».
La recensione e l'intervista a Teresa de Sio sono state pubblicate da:
www.wuz.it
www.kataweb.it
www.teresadesio.com
www.musicmap.it
www.territorimusicali.it