...ma ho assistito ad uno dei peggiori spettacoli della mia piccola vita e mi devo sfogare.
La premessa vuole che vi dica che da qualche tempo lavoro nella redazione culturale di una importante emittente radio-televisiva della capitale e quindi mi capita speso di aver a che fare con i cosiddetti V.I.P. Questa scena si riferisce allo scorso martedì e l'oggetto è Luca Argentero, presente negli studi per la presentazione di "Lezioni di Cioccolato" (tra l'altro, film pressochè insulso). Bel ragazzo Argentero, inutile negarlo, anche simpatico a dire la verità e, cosa da non sottovalutare riguardo questi personaggi, persona gentile e molto alla mano. Ma veniamo al dunque...
...la voce si era sparsa nei piani dello studio e quando l'ho accompagnato nella sala di registrazione mi sono trovata di fronte ad uno spettacolo pietoso: dieci donne, tra i 25 e i 35 anni, che per l'occasione avevano pensato bene di ripassarsi il trucco e cambiarsi d'abito, appostate nel pianerottolo con gli occhi increduli e un filo di bava alla bocca. Lo seguivano con lo sguardo...neanche avessero avuto l'apparizione di Gesù Cristo!!!
Soltanto una cosa mi è venuta in mente quando mi sono trovata di fronte al "quadretto": HANNO RAGIONE GLI UOMINI QUANDO CI CHIAMANO OCHE!!!
E soprattutto vorrei dire una cosetta a quelle 10 OCHE (se avessero avuto tra i 12 e i 17 anni, non solo le avrei capite, ma le avrei anche aiutate a chiacchierare con lui qualche minuto...ma erano DONNE cazzarola...): se martedì in questi corridoi ci fosse stata anche la più remota delle possibilità che Argentero avesse avuto voglia di agganciare qualcuna, credete davvero che sarebbe stato così cretino da agganciare una di voi? ...Non vi ha neanche visto, parlava con l'agente quando vi è passato accanto!!!
La prossima volta, magari, sarebbe più intelligente da parte vostra fargli lo sgambetto o buttargli addosso del caffè "per errore"...piuttosto che fare la figura delle deficenti e farla fare a tutta la categoria!
Sydney Jay Mead è un designer ed è famoso per aver realizzato i bozzetti di BLADE RUNNER, TRON, ALIEN e del primo episodio di STAR TREK (per cui ha creato l’Enterprise). E’ colui che ha inventato il termine VISUAL FUTURIST, oggi applicato a quanti si occupano dell’elaborazione di effetti speciali per il cinema…Il nostro immaginario collettivo che riguarda il futuro dipende tutto da lui e qui ci parla un po’ del suo lavoro!
COME PRESENTEREBBE IL SUO LAVORO AD UNA PERSONA MAI VISTA NE’ CONOSCIUTA?
Beh, direi <Ho inventato il modo in cui si suppone che le cose cerchino la storia>, la più semplice delle spiegazioni. E per storia possiamo intendere un film, uno sceneggiato televisivo, un’illustrazione per architetti o per qualche libro, ma resta essenzialmente una storia perché tutto quello di cui abbiamo esperienza è parte di una storia che stia accadendo in questo preciso momento o sia successo molto tempo fa. Io mi sono preoccupato soprattutto di storie che riguardano il futuro.
QUAL’E’ SECONDO LEI IL RUOLO DELLE IMMAGINI IN UNA STORIA CHE VIENE RACCONTATA IN QUESTO MODO?
In una storia ci sono gli ambienti, ci sono i personaggi e poi si deve lavorare anche sullo stato dei fatti come su un personaggio. Considerando, infatti, che nelle vicende ci sono dei frammenti della storia, se si cambia lo stato dei fatti si è cambiato anche lo sguardo su quell’intera storia: può essere il futuro, una pistola, un microchip, un’automobile. Tutto questo ti dà l’indizio tecnico su come ordinare la cornice temporale.

RIPENSANDO ALLE IMMAGINI CHE HA REALIZZATO 20 ANNI FA, CI TROVA QUALCHE DELUSIONE? IMMAGINAVA UN FUTURO DIVERSO OPPURE HA RITROVATO COSE ABBASTANZA SIMILI?
Il futuro è quello che accadrà da ora in poi, è legato al passato, non è qualcosa che parte da zero. Perciò è una combinazione del passato con la realtà presente e lo stato dei fatti ed è su questo background che si lavora, anche di immaginazione. Io sono un pubblicitario, lavoro nel cinema, nell’editoria e so che l’audience che ho deve saper riconoscere immediatamente cos’è “questa cosa particolare in questo specifico futuro”… se parliamo di 300 anni, 100 anni o 50 anni. Si deve essere sensibili a come ognuno guarda quel lasso di tempo altrimenti si distrugge la storia che si voleva raccontare.
E’ FORSE QUESTO IL SUO TOCCO, IL SEGRETO PER CUI MOLTI CRITICI DICONO CHE LA SUA OPERA E’ MOLTO CREATIVA MA ANCHE MOLTO PLAUSIBILE?
Questa è esattamente la ragione per la quale credo di essere ancora “in pista”. Io, per prima cosa, sono un disegnatore industriale e mi è sempre piaciuta l’idea di applicare il design industriale a qualcosa che era artigianale nell’evenienza che potesse arrivare al grande pubblico. Questo era parte dello stato delle cose nella storia. Perciò, si, credo di aver avuto successo perché sono in grado di prendere un trucco riconoscibile e sistemarlo sopra un cliché. Eh, si…per avere successo è necessario fare così.
A PROPOSITO DI SUCCESSO, COM’E’ STATO IL LAVORO PER BLADE RUNNER, CHE COSA HA SIGNIFICATO PER LEI QUEL FILM?
All’apparizione Blade Runner fu scioccamente presentato come un film fantascientifico di guerra, una storia costruita, fra gli altri, anche con il libro di Philip K. Dick “Do Androids Dream of the Electric Ship?”. Fu rintracciato dalla Ltd Company Warner Brothers e da investitori privati e l’idea era quella di sceneggiare la sensazione di base del libro di Philip K. Dick: cosa costituisce l’umanità? Si può descrivere l’umanità come un fenomeno? Si può ufficialmente descrivere un essere umano come un frigorifero o come un sistema d’aria condizionata? E che cosa accade quando non si ha più bisogno di loro? Inoltre era un periodo storico nel quale c’era una disposizione delle persone verso un genere di stato “fascista”, disposizione alla sopportazione, perciò la morale della storia è davvero molto complessa.

Ma non dimentichiamo che è essenzialmente una storia d’amore tra due “persone” artificali tecnologicamente all’avanguardia. Perciò si crea questo strano ribaltamento per cui l’aspetto tecnologico è in realtà secondario: le macchine volanti, le tecnologie di sorveglianza, tutto passa in secondo piano rispetto alla storia principale.
Assolutamente, gli esseri umani sono il futuro e il futuro lo inventiamo per come possiamo immaginarcelo: come una serie di percezioni collettive, bisogni e risposte alle emergenze. Senza il genere umano il pianeta andrebbe avanti per sempre: non necessita di noi. Noi necessitiamo di lui. E infatti siamo lì che galleggiamo per lo spazio su questa piccola palla che, per fortuna, continua ad essere un posto relativamente carino in cui vivere.
COSA PENSA DELLE REALTA’ VIRTUALI CREATE DAI VIDEOGIOCHI? QUAL’E’ IL LORO APPEAL?
La realtà virtuale ci permette di stare da qualche altra parte, di creare una realtà alternativa che probabilmente non esisterà mai nella realtà. Credo che il pericolo, psicologicamente e socialmente parlando, sia che stiamo per raggiungere il momento storico in cui potrà essere creata una realtà virtuale talmente perfetta da annientare quello spazio di separazione che sta tra le due realtà. E una volta che si cominceranno ad impiantare microchip nei cervelli, il centro razionale dell’essere umano, ci sarà il pericolo di confusione tra le due realtà. Per ora ci limitiamo a chiamare “pazze” le persone e ad emarginarle.
Al di là delle polemiche suscitate da questo film negli ultimi giorni, I Vicerè non è una pellicola da sottovalutare. Liberamente tratto dall'omonimo romanzo di De Roberto, del quale per altro rispetta la letteriaretà (possiede lo stesso genere di narrazione, abbozza la stessa cornice dentro la quale si situano gli eventi...), si è dimostrato un film tecnicamente onesto (e poi vedremo quali sono i difetti) e contenutisticamente potente.
A livello tecnico la pellicola soffre di una debolezza nella direzione degli attori da parte del regista (Roberto Faenza) per cui si notano incongruenze nelle varie interpretazioni. Non solo ma c'è anche una Cristiana Capotondi che pare non riuscire a liberarsi del vecchio personaggio interpretato nella fiction televisiva "Orgoglio". Particolarmente azzeccata, invece, l'interpretazione del Principe Giacomo fatta da Lando Buzzanca.
Ma ciò che più colpisce del film è la profonda contemporaneità degli argomenti, decisamente delicati, che tocca. Il trasformismo politico, i dubbi della fede, la volontà di potere, la forza dell'arroganza, la debolezza umana, le catene di certi meccanismi dalle quali è impossibili liberarsi, il compromesso insito nella volontà di riscatto…sono tutte occasioni di riflessioni sull’Italia contemporanea. <De Roberto è stato in grado di predire il futuro - ha affermato in conferenza stampa il regista, Roberto Faenza - e questo è il motivo per cui il silenzio ha “censurato” la sua opera per oltre cento anni. I Viceré, però, possiede ora la stessa potenza “distruttiva” di quando fu scritto: può incrinare i poteri e insinuare dubbi>.
Regia Roberto Faenza
Con: Lando Buzzanca, Alessandro Preziosi, Cristiana Capotondi, Lucia Bosè e Guido Caprino
Dopo la riflessione sullo stato dell'arte del cinema italiano, è venuto il momento di gettare un occhio fuori confine. La seconda edizione della Festa del Cinema di Roma ha offerto un sacco di spunti, alcuni interessanti, alcuni decorosi, altri perfino splendidi. Non avendo, però, uno spazio sconfinato per dipanare la matassa critica...ho pensato di regalarvi non più di qualche pillola. Diciamo qualche riga per ogni titolo, bello o brutto che sia, così mi risparmio da una parte di censurare titoli che qualcuno potrebbe anche apprezzare, dall'altra di dare troppo spazio a ciò che ho particolarmente apprezzato.
La pole va, per dovere di cronaca, a JUNO film vincitore della Festa 2007. Una commedia godibile e razionale, che non pretende nulla più di quello che è. Girata (da Jason Reitman) ed interpretata decisamente bene (da una Ellen Page che nessuno si aspettava). Insomma, un film convincente...per quello che è. Il linguaggio è particolarmente originale, un originalità dovuta alla natura e alla "strana" nascita della sceneggiatura (date un'occhiata al nome di Diablo Cody e capirete a che cosa mi riferisco). Diaciamo, dunque, che non è un film da strapparsi i capelli, non si vedrà la fila in sala, non resterà memorabile, ma è comunque una pellicola onesta. E un diversivo per passare una serata in compagnia.
A parte Juno, però, che ha vinto e mi pareva giusto recensirlo al primo posto, tra le pellicole presentate a Roma si può costruire una sorta di percorso alternativo, proporre un filo rosso che le lega insieme. Il tema è quello del viaggio, dentro e fuori di sè, ionirico, sospeso, temporale e reale. Un viaggio alla ricerca di qualche cosa, un viaggio infinito ed indefinito.
Questo viaggio comincia con FUGITIVE PIECES, un film delicato e bellissimo che commuove e coinvolge. La storia di una sospensione, di una vita combattuta tra il passato e il futuro alla ricerca di un possibilità di redensione. Un bambino viene salvato dall'olocausto e portato in Grecia dalla Polonia. Crescerà e combatterà contro i suoi ricordi, ma non per cancellarli, bensì per trasformarli in una possibilità, la sua possibilità di riscatto dal passato. E a compiere questo miracolo saranno l'amore e la scrittura. Fugitive Pieces è una poesia per immagini, un lenzuolo di seta, una cioccolata calda sulla neve.

Poi c'è il viaggio psichedelico. ACROSS THE UNIVERSE (dal 23 novembre nelle sale), musical completamente costruito sulle canzoni dei Beatles, è un film visionario e tremendamente coinvolgente. Teatale, bizzaro ed ironico, si regge su un plot tipico del musical brodwiano: anni '60, Jude arriva in America alla ricerca del padre, ma si innamora di Lucy (non a caso il film si chiude sulle note di Lucy in the Sky with Diamons) il cui fratello è costretto a partire per il Vietnam. Protagonisti, dunque, l'amore, la separazione, il viaggio, la società in trasformazione, il Vietnam e le lotte. Ma la straordinerietà della pellicola non è la storia (di cui, per altro avremmo anche potuto fare a meno!), ma tutti il resto. Gli arrangiamenti musicali si nutrono non soltanto della tradizione pop, rock e contemporanea, ma anche di richiami decisamente più colti; i colori si rincorrono e si scontrano con improbabili effetti di saturazione e green screen (che in certe circostanze possono però sembrarare eccessivi).

Il premio per il viaggio più profondo, spetta però a Sean Penn (sceneggiatore, produttore e anche regista) con INTO THE WILD. Un film strano, che a mio parere non merita tutto il plauso che ha avuto dalla critica pur restando buono. Perdersi nella natura più incontaminata e farsi da essa contaminare per tentare di scampare alla corruzione dell'esistenza: questo è l'inteno del protagonista che si risolverà in un ritorno alla civiltà inquieto e sensa riscatto. Questa è la trama, ma ovviamente il film è un simbolo. Non il simbolo della corruzione della società (come i più ingenui sono portati a pensare), ma della corruzione dell'esistenza stessa: siamo corrotti e corrompibili per la sola ragione di esistere, e per quanto tentiamo di scappare, a questa corruzione non c'è scampo. E' la nostra natura. Diciamo però che a lungo andare il film stanca un pochino.

Un cast di tutto rispetto per LIONS FOR LAMBS, il film "evento" di Robert Redford. E scrivo "evento" tra virgolette perchè Maryl Streep, Tom Cruise e lo stesso Redford erano stati annunciati come il cast che avrebbe fatto discutere di più a questa Festa del Cinema. E invece, il film non ha alzato neanche un alito di vento. Un film d'azione buono e ben interpretato, ma l'ennesima pellicola che si occupa del post 11 settembre senza neanche offrire un nuovo punto di vista. La storia dunque è credibile, ma i dialoghi e il linguaggio soffrono un pò di ridondanza retorica: si parla sempre, si parla troppo, ma non si discute nè nel film, nè del film!

Viaggio in sè stessi e viaggio nel tempo, viaggio nella mitologia e nella radici dell'umano per il grande Coppola che con YOUTH WITHOUT YOUTH porta al cinema, dopo dieci anni di assenza, uno splendido film che contiene forti eco autobiografiche. Invece di morire, l'anziano professore Dominc Matei si ritrova ringiovanito di una quarantina d'anni dopo essere stato colpito da un fulmine la mattina di Pasqua del 1938 a Bucarest. Quando i nazisti cominciano ad interessarsi al fenomeno, il professore è costretto a fuggire e in questo esilio incontra Veronica, incarnazione di Laura, vecchio amore perduto. Non solo, ma in questo esilio completa i suoi studi di linguistica, delle teorie in grado di mettere in pericolo Veronica. Per questo si troverà a dover scegliere tra amore e il lavoro. Questa è la trama che però è riduttiva perchè la pellicola ha molti piani di lettura che si intersecano, si incontrano e si scontrano. YOUTH WITHOUT YOUTH è si una delle pellicole che resteranno nella storia, un film con unica pecca...necessita di più visioni per essere compreso profondamente perchè, come giustamente ci sia aspettava, il "maestro" è molto di più di quello che sembra. Il film, infatti, contiene suggestioni filosofiche, echi religiosi, considerazioni sul tempo e sugli antidoti al nichilismo, una profonda ricerca interiore, splendide sequenze oniriche...