WARNING: here you can find many spots. The first is me, the least is me and in the middle there is some fog about the world...I dream only to understand!
Brigantessa nobile, Teresa de Sio, cantautrice colta e passionale che ha fatto delle tradizioni il baluardo della sua arte. E poi l’ha esportata cantando il popolo, danzando con le dita sulle corde di una chitarra, raccontando favole e visi, cronaca e lacrime, tarantella, pizzica e reggae. Neanche la Fortezza di Albornoz gli ha resistito giovedì 28 giugno benché ad Urbino non sembrasse affatto estate. Proprio giovedì sera, infatti, un pubblico composto per lo più da giovani, ha potuto assistere al concerto della De Sio nell’ambito di Territorio Musicale Festival, una manifestazione che da anni porta nella valle del Metauro la musica indipendente d’autore. Fin dalla teatrale entrata in scena della cantante tutti sono stati rapiti dalla passionalità e dai ritmi trascinanti del suo nuovo album Sacco e Fuoco (uscito lo scorso 25 maggio per C.O.R.E/Edel), indiscusso protagonista della serata.
La cantautrice sale sul palco alle 23.00 battendo il bastone per richiamare la folla, proprio come faceva ‘opazzariello, banditore della tradizione partenopea reso noto dall’interpretazione di Totò nel film L'Oro di Napoli ma anche alla maniera del suo mentore, Matteo Salvatore. Ed è subito musica: «Musica popolare, fatta per lasciarsi andare e che insegna la danza interiore».
Tra sonorità mediterranee e ritmi metropolitani, alla ricerca delle radici comuni delle musiche popolari, la cantautrice napoletana fonde con naturalezza la ripetitività della tarantella e del reggae. AméN, canzone cardine dell’album, è il risultato di questa ricerca, un risultato che si impone anche sul tessuto sociale se è vero che «Napoli e Kingston sono due città afflitte dalla stessa violenza. E nei luoghi in cui sopravvivere è così duro, il ritmo del popolo diventa strumento di guarigione, si fa ripetitivo e chiede all’ascoltatore soltanto abbandono». Ma AméN è anche la descrizione di una Napoli martoriata da rifiuti e camorra, sopra la quale veglia un cielo abitato, secondo Teresa De Sio, dalla Madonna d’a Munnezza, dal Pateterno d’o Vommero, dalla Madonna del Carmine e da quella delle Galline figure a metà tra la creazione immaginaria e la tradizione religiosa radicata in quei luoghi, figure alle quali affidarsi e che, come il ritmo, diventano salvezza per l’individuo. Non è una denuncia AméN, è soltanto il racconto di una realtà nuda e cruda e cantandola Teresa De Sio non ha la pretesa di cambiare le cose, ma soltanto la speranza che il ritmo trascinante si faccia veicolo di un messaggio più profondo. È un’affermazione che, per descrivere le battaglie quotidiane della Napoli odierna, ha bisogno di penetrare la religiosità antica, quella forse poco ortodossa, ma di certo profondamente significativa.
Sacco e Fuoco - AmèN
Ed ecco allora Sacco e Fuoco o Brigate di Frontiera, due canzoni che raccontano il moderno brigantaggio degli spiriti liberi, ricordando la storia dell’Unità d’Italia, dell’epoca garibaldina e della presa del potere da parte dei Savoia costata tanto sangue alle terre del Sud, evocate con grande semplicità dal timbro del mandolino che sposa il pizzicato del violino, e dal canto particolarissimo dello scacciapensieri. La stessa Teresa De Sio si definisce una «brigantessa» che non si è mai voluta omologare ad uno standard musicale di massa, coltivando la sua passione senza compromessi. Questo è quello che fanno i pensatori liberi, briganti e brigantesse di tutte le epoche, che non riescono da accettare nessun genere di dittatura culturale imposta dall’alto. “Io songo ‘a figlia d’o rre/e nun voglio tenè padruni/e si fosse ‘a figlia ‘e nisciuno/me ne futtessi pure d’o rre” (A Figlia D’o rre, in Sacco e Fuoco, 2007). E’ questa la perfetta sintesi del concetto di brigantessa come lo intende la cantautrice: un individuo che non ha paura di pensare. A Figlia d’o rre, però racconta anche la donna, una creatura fragile che combatte quotidianamente per la propria libertà ma che non ha nessuna intenzione di mollare anche quando “a vita è na brutta bestia/primma te mozzeca e po’ sputa ll’ ossa/primma te mozzeca e po’ sputa ‘nterra/Io songo ‘a figlia d’o Rre/e nun guardo ‘nfaccia a nisciuno/si tu o vvuò t’o magni ‘stu pane”. Una donna attraverso la cui figura Terea De Sio si confronta con il potere, altro motivo ricorrente dell’album, in particolare quando questo diventa abuso di potere. Nella canzone è prepotente la voglia di menare le mani e smettere di subire passivamente i condizionamenti. E’ la stessa voglia cantata in Sacco e Fuoco contro l’esercito Sabaudo, in AmèN contro la tolleranza passiva di molti di fronte alla violenza, contro le mode e i cattivi maestri ne A Morte e zi’ Frungillo e contro le regole costruite su moralismo ed ipocrisia di Non Tengo paura.Anche la voce narrante di quest’ultimo brano è quella di una “brigantessa”, una figlia che non vuole cedere al ricatto della paura imposto dalle terre in cui vive. Napoli è una città che soffre questo ricatto più di ogni cosa, una città che ha ceduto sotto il peso della minaccia e che ha piegato il collo. È una città che non ricorda più, o pare aver dimenticato, i suoi antichi fasti e come la città anche i suoi figli lo hanno fatto. Con Sacco e Fuoco, poi, Teresa De Sio vuole anche ricordare a tutti quanto le tradizioni possano essere significative e quanto possano raccontare di noi anche se apparentemente ci sono lontane.
Al concerto di Urbino, durante il quale ad certo punto pare ci fossero problemi con il mixer e i microfoni, Teresa De Sio ho portato anche i colori della napoletanità e l’allegria che appartiene alle terre del sud. Fazzoletti rossi regalati al pubblico all’ingresso sono diventati il simbolo di una rivoluzione pacifica, durata lo spazio di una canzone, ma prepotentemente significativa. Al grido “ma guarda ancora esisto/ancora insisto/mi vesto, mi svesto/buon esito, resisto” (Brigate di Frontiera in Sacco e Fuocoi, 2007) la cantautrice ha cominciato a sventolare una bandiera e il pubblico l’ha seguita. Ognuno con il proprio fazzoletto rosso agitato al vento ha sottoscritto una sorta di “patto di brigantaggio”, nel quale la libertà di pensiero vale più di ogni altra cosa.
E proprio questa libertà, mescolata al calore mediterraneo che arriva da «quella parte di mondo e quel luogo danzante dell’anima che chiamiamo Sud», tornano nella prima pizzica d’autore con cui Teresa De Sio ha reso uno straordinario omaggio al maestro Domenico Modugno. La ripresa di Tambureddu, con la sua esplosiva miscela di dialetto siciliano, ritmi ossessivi di tarantella campana e pizzica salentina, ha scatenato sul palco una sorta di sfida virtuosistica fra i musicisti – Max Rosati (chitarra e arrangiamento dell’album), Giuseppe De Trizio (mandolino), Upapadia (percussioni), Pier Paolo Ranieri (basso), Vito De Lorenzi (batteria e percussioni) e H.E.R. (Erma Castrista, violino) – e la stessa cantautrice, armata della sua chitarra e della sua tamorra. L’ondata di travolgente empatia, accompagnata dal lancio di spighe di grano al pubblico, si è prolungata con l’interpretazione del sempreverde e acclamato Aumm Aumm (dall’album Teresa De Sio del 1983), degna conclusione di un concerto che ha infiammato i cuori e ha trasportato il parco della fortezza di Albornoz sotto il cielo stellato della«splendida e miserabile città di Napoli».
Quando ciò che appare legale è in realtà regolato dall'illegalità, quando gli equilibri di potere non posso fare a meno della criminalità organizzata, quando il Sistema diventa motore unico del capitalismo, quando solo lo stesso Sistema è in grado di garantire mano d'opera (a costo zero) a tutti coloro che credono di lavorare e far prosperare le proprie aziende nella "legalità"...allora qualcuno dovrebbe cominciare a ripensare la Questione Meridionale. Scoprirebbe così che quella Questione, in realtà, Meridionale non è! Gomorra (Roberto Saviano, Mondadori, Milano 2006) non è la Campania o il Sud, Gomorra è il motore immobile del capitalismo, italiano, europeo e quasi quasi anche mondiale visto che ha allungato i suoi tentacoli ovunque era possibile accumulare merci e ricchezze. E proprio "la merce", o più precisamente il suo ciclo, è il soggetto principe del reportage di Roberto Saviano: la descrizione cruda, immobile ed affilata di come la nostra Italia sia stata in grado, attraverso le connivenze perpetrate nel tempo, di dare vita ad una classe di potere sotterranea per la quale non vale il principio universale di vita, ma quello di produzione-guadagno. Ecco spuntare, allora, un paradosso: coloro che producono le merci da immettere sul mercato, sono gli stessi che guadagnano con lo smaltimento illegale dei rifiuti, sono gli stessi che possono permettersi di sfruttare la vita degli altri perchè quest'ultima non produce guadagno di alcun genere. La Camorra è, oggi, la forma di imprenditoria più avanzata che si conosca, è silenziosa e sa guardare più in là, è indispensabile alla vita politico-imprenditoriale della nostra Italia e sa sfruttare questo principio meglio di chiunque altro. Saviano racconta quello che ha visto e quello che sa, non va oltre. Ricostruisce il tragico scenario nel quale niente di ciò che è legale lo è davvero, non giudica. Descrive le sue lunghe passeggiate nel cuore di una terra devastata da pallottole, ricatti e rifiuti tossici, non inventa. Nulla. Certo, la prosa di Saviano non è avvicente, ma leggendo Gomorra non si sente la necessità dell'avventuroso. Non si ha voglia di sbirciare dalla serratura, come spesso accade a chi è abituato alla narrativa, ma soltanto di capire: tornare indietro, andare avanti e cercare i nessi che legano tra loro cose e persone. Gomorra non è un passatempo, diventa una necessità utile a leggere ciò che anche in questo momento accade (un esempio su tutti: nessuna sindrome Nimby muove gli abitanti della Campania a protestare contro le discariche, soltanto la loro indiscussa sicurezza che a gestire tutto sia, anche questa volta, la camorra). Gomorra non è un passatempo, è un vademecum attraverso cui rendersi una volta per tutte consapevoli di come vadano davvero le cose, a Napoli, Caserta, Milano, Venezia, Roma, Parigi, Londra, Bruxelles, Shangai, New York e Tokyo.
Nome: Francesca As you like it...è il titolo della mia vita. Le pagine del libro sono in gran parte ancora bianche, ma quelle già scritte non potrebbero essere diverse da come sono (As you like it...)!