Alla Galleria Nazionale delle Marche saranno in mostra, fino al 14 ottobre prossimo, le produzioni delle botteghe argentiere romane del XVIII secolo. Oltre 140 pezzi unici appartenuti a personalità ecclesiastiche e a nobili facoltosi delle terre della Marca.
Il 19 febbraio del 1797, Papa Pio VI firma a Tolentino il trattato di pace che dovrebbe salvare Roma dall’invasione delle truppe Napoleoniche. E invece, dopo l’accordo, Roma viene occupata e l’Italia defraudata di tutti i preziosi capolavori che si trovavano nello Stato della Chiesa.
Molti dei pregiati manufatti d’oro e argento, spariti dall’Italia proprio a causa del Trattato di Tolentino, si possono ora ammirare alla Galleria Nazionale delle Marche, ospitata all’interno del Palazzo Ducale di Urbino, fino al prossimo 14 ottobre. La mostra, intitolata Ori e Argenti. Capolavori del ‘700 d Arrighi a Valadier, è frutto dell’incontro tra Gabriele Barucca, della Soprintendenza per i beni culturali, e la canadese Jennifer Montagu che ha studiato le produzioni degli artigiani argentieri romani.
L’allestimento, di cui fanno parte circa 140 pezzi tra produzioni sacre e profane, si snoda attraverso cinque sezioni che raccontano al visitatore la grande storia attraverso le vicissitudini di busti, turiboli, ostensori, lucerne e posate. In un crescendo di ceselli, intarsi e bagliori si passa dalla ricostruzione di un antica bottega orafa con tutti i suoi strumenti, parte dei quali provenienti dalla collezione Bulgari, ad imponenti busti creati colando metalli nobili su vere e proprie sculture, da importanti documenti scovati negli archivi della nobiltà marchigiana, a corredi da tavola accompagnati dai disegni progettuali. Ma tutta la mostra ruota intorno agli avvenimenti del 1797: il trattato di pace di Tolentino e le sue conseguenze.Il XVIII secolo fu, per le terre della Marca, un secolo di grande fioritura economica dovuta alla brillante carriera ecclesiastica di alcuni personaggi (si pensi, per esempio, al nome di Gian Francesco Albani divenuto, dal 1700 al 1721, Papa Clemente XI). In conseguenza di ciò una grande quantità di oggetti preziosi furono commissionati agli artigiani romani: dagli Arrighi ai Giardini, dai Belli fino ai Valadier, diedero vita ad alcuni dei più splendidi capolavori orafi del tempo.
Ma nel 1797 Napoleone costringe Papa Pio VI a firmare il Trattato di Tolentino che prevede il pagamento di 36 milioni di lire per scongiurare l’invasione di Roma, somma che lo Stato della Chiesa riesce a mettere insieme soltanto sequestrando gli oggetti di valore di sua proprietà e di proprietà delle famiglie più ricche. Tutto quello che i privati non dichiararono e quello che gli ecclesiastici decisero di nascondere fa oggi parte della mostra Ori e Argenti, un certosino lavoro di ricerca costato anni a Barucca e alla Montagu, ma che si è dimostrato efficace, non solo nell’allestimento finale, ma anche per quello che riguarda gli studi sui rapporti tra committenze marchigiane e artisti romani. Non solo, ma la mostra si impegna nella lettura, a latere, di un altra importante relazione, quella tra arte pittorica e argenteria. Nel percorso si trovano, infatti, quadri raffiguranti oggetti di oreficeria (ad esempio, la splendida Santa Palazia del Guercino) che possono essere confrontati direttamente con i pezzi originali. Arte, storia e artigianato, grandi eventi e accadimenti quotidiani, pittura, cesello e lavorazione delle pietre preziose fanno di Ori e Argenti quasi un evento, percorribile per vie traverse sia dagli specialisti che da avventori alla ricerca di un esperienza estetica.